Lo sportello di ascolto psicologico a scuola è aperto a genitori, docenti e ragazzi. Sono soprattutto questi ultimi – delle scuole secondarie di primo e secondo grado – che sfruttano al meglio questo servizio, ma a volte capita che una bella storia nasca da qualche professore attento e sensibile.

Così è stato per Amal, studentessa di terza media di una scuola di periferia di Milano. Il professore di matematica chiede di me allarmato perché la sua alunna si è chiusa in maniera impenetrabile al punto di non comunicare più con nessuno, compagni compresi. Approfondisco la questione incontrando qualche altro suo collega e tutti confermano una situazione molto critica della ragazza. Sono molto preoccupati e mi chiedono di fare qualcosa poiché i mezzi a loro disposizione non si sono rivelati sufficienti a risolvere il problema.

L’accesso allo sportello di ascolto psicologico a scuola è sempre spontaneo (previo consenso scritto di entrambi i genitori): i ragazzi e le ragazze scelgono liberamente e spontaneamente di incontrare la psicologa e questa è la condizione imprescindibile affinché si possa creare un buon clima e una relazione di fiducia. Nel caso quindi di Amal il primo ostacolo è far sì che accetti di parlare con me, diversamente non potrò fare molto per lei.

Mi presento fuori dalla classe e chiedo di lei, non la conosco ancora. Esce dalla porta uno scarabocchio nero coperto da cappuccio e senza mani (ritirate nelle lunghe maniche della felpa), sguardo rivolto a terra. Io resto indifferente a questi messaggi  non verbali e le parlo con molta franchezza: i docenti sono preoccupati perché in questo periodo hanno notato un suo comportamento diverso dal solito e hanno pensato che con me potrebbe provare a spiegare cosa c’è che non va. Amal rimane totalmente muta e immobile. Aggiungo a questo punto strategicamente un aspetto fondamentale: il nostro incontro è ovviamente coperto dal segreto professionale per cui nessuno saprà di cosa lei mi parlerà né cosa ci diremo. Ancora nessuna risposta. Non insisto e non faccio nessun tipo di domande né sollecito risposte ma propongo un incontro per la settimana successiva: silenzio assenso. Bene, cito giorno e ora. E’ fatta!

Già questo è un risultato poiché riuscire a intercettare il disagio con collaborazione e motivazione (in qualsiasi forma si presenti) del diretto interessato è la conditio sine qua non di un buon esito finale.

La settimana successiva passo sessanta minuti nel silenzio più assoluto da parte di Amal: io pongo poche domande ad Amal la quale rimane immobile e impassibile sulla sua sedia, sguardo basso. Non reagisce né con piccoli movimenti né con versi o singole parole. Letteralmente non parla. Lancio qualche semplice e facile ipotesi a fronte di mie domande per facilitare la risposta e un paio di volte ottengo assenso o diniego col capo. Valorizzo molto questa sua comunicazione. Incontro non facile ma resisto e le propongo un altro appuntamento che questa volta è più chiaramente accettato.

Probabilmente Amal sente che per me in questo momento lei va bene così com’è, con le sue non-parole e i suoi sguardi fugaci. Ho tenuto per sessanta minuti di fronte al suo mutismo e questo è sufficiente a darmi la fiducia per un nuovo incontro, quindi per un possibile percorso insieme.

Durante il secondo incontro grande passo avanti: non parole ma lacrime. Fondamentali. E in questo momento non mi interessa sapere il perché o il percome di queste lacrime perché so che già solo essersi permessa di lasciarle uscire è un grande regalo che fa a me e a lei. Ancora una volta valorizzo meglio che posso – perché lo penso e lo sento – questo regalo e empatizzo con la sua sofferenza: come dev’essere difficile vivere con questo peso e in un mondo in cui non riesce a trovare il suo posto!

Dall’incontro successivo si apre uno spiraglio: riesco a sentire la sua voce. Qualche sì o no a domande chiuse, per facilitare la sua apertura. Questo mi permette di ipotizzare l’origine della fatica di Amal, provare a inserirla in un quadro più ampio (la scuola, gli amici, la famiglia).

Gli incontri si susseguono, si tratta di una situazione grave che necessita tutto il tempo possibile seppur all’interno di uno sportello scolastico: Amal si fida di me e in questa cornice devo cercare di portare a termine il lavoro più importante, prima di affidarla ad altri.

Quando Amal si accorge che qualcuno accetta la sua difficoltà, non la giudica per i suoi comportamenti e ha la pazienza di seguire i suoi tempi comincia a raccontare qualcosa relativamente al suo umore e ai suoi tristi e depressivi pensieri. Arriva a confessare comportamenti a rischio per lei. Ma a questo punto del percorso la fiducia è tale da riuscire a ottenere l’assenso ed incontrare i suoi genitori.

Quando il minore si trova in una situazione a rischio per la sua salute è fondamentale includere la famiglia con lo scopo di individuare il percorso più adatto a seguire il ragazzo o la ragazza fuori da scuola, presso strutture che abbiano a disposizione professionalità e/o tempistiche più adatte al caso.

I genitori di Amal, nordafricani e con una padronanza relativa della lingua italiana, si dimostrano molto attenti e interessati a quanto cerco di comunicare loro. Ovviamente sono a conoscenza del disagio della figlia, che vedono però in una versione diversa, più aggressiva che passiva. Entrambe sono modalità per gridare un disagio. Accettano con grande riconoscenza le mie indicazioni specifiche rispetto all’iter medico da seguire per fissare un appuntamento alla UONPIA (Unità Operativa Neuropsichiatria Infanzia e Adolescenza) e decidiamo di rimanere in contatto.

Nei giorni successivi riceverò da parte loro messaggi che testimoniano il buon esito dell’iter e la prossima presa in carico di Amal presso la UONPIA.

Nel frattempo con Amal chiarisco, racconto e spiego quanto accaduto con i genitori: è sempre importante non generare confusione o dubbi nei ragazzi, anche con l’obiettivo di mantenere intatta la fiducia.

Continuo a incontrare Amal a scuola e ora che si apre di più confessa il suo desiderio di frequentare il liceo artistico contro il volere dei suoi genitori. La rinforzo chiedendole di portarmi qualche suo disegno (anche per stimolare lo scambio che rimane comunque molto povero) e finalmente la vedo sorridere. Dall’incontro successivo porterà con sé sempre il suo quaderno dei disegni, veramente belli e significativi.

Ritengo questo elemento fondamentale per permettere ad Amal di esprimere se stessa nel mondo e parlo quindi con i genitori per spiegare loro l’importanza di avallare la scelta del liceo artistico.

Quando finalmente Amal inizia il suo percorso alla UONPIA chiudiamo i nostri incontri a scuola: finalmente so che qualcuno si prende cura di lei e noi siamo d’accordo nell’aver concluso la nostra parte.

Più tardi il padre mi farà sapere che ad Amal sono stati prescritti psicofarmaci e che sta regolarmente frequentando psicologa e neuropsichiatra. Siamo quasi alla fine dell’anno scolastico e Amal scuola è rinata: la incrocio a volte in mezzo ai suoi compagni con cui prima non parlava e la vedo ridere inserita nei vari gruppetti tipici di questa età.

Mi ritengo molto soddisfatta e contenta di essere riuscita, grazie anche all’aiuto degli altri adulti di riferimento, ad agganciare Amal al momento giusto e a permetterle una ripresa.

Ma non è finita qui.

A settembre dell’anno successivo mi trovo in un Liceo artistico in tutt’altra zona di Milano, sono nei corridoi pronta a entrare in ogni classe per raccontare ai ragazzi il senso della mia presenza a scuola. Sento qualcuno dietro di me che mi batte con forza sulla spalla, mi giro: Amal che letteralmente mi grida “Sono al Liceo artistico!!” con un’espressione da cartone animato giapponese!

E’ stato un momento molto emozionante per me, che mi ha restituito tanto della fatica e impegno necessari per portare avanti, anno dopo anno, l’importante funzione dello psicologo scolastico, che ha la preziosa possibilità di intercettare e aiutare adolescenti e preadolescenti in un momento di vita tanto delicato.

Francesca Urciuoli
Vicepresidente Cooperativa Metamorfosi